martedì 20 novembre 2012

20 DI NOVEMBRE ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE MESSICANA


La rivoluzione messicana fu il movimento armato iniziato nel 1910 per porre fine alla dittatura di Porfirio Díaz e terminato ufficialmente con la promulgazione di una nuova costituzione nel 1917; anche se gli scontri armati proseguiranno fino alla fine degli anni venti. Il movimento ebbe un grande impatto sui circoli di operai, agricoltori e anarchici di tutto il mondo, infatti la Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani del 1917 fu la prima costituzione al mondo a riconoscere le garanzie sociali e i diritti ai lavoratori uniti.



Breve excursus storico. 
Il Messico, un Paese grande sette volte l’Italia, non ha in sostanza conosciuto requie fin dall’arrivo di Hernán Cortés nel 1519. Come tutti i conquistadores portò la cosiddetta civiltà, sterminando gli indigenas e praticando lo sfruttamento sistematico e indiscriminato delle sue risorse. In nome del cristianesimo i primi coloni spagnoli si sentirono autorizzati a soffocare ogni cultura diversa dalla loro, nascondendosi dietro il pretesto della civilizzazione di quei popoli. Da allora in poi battaglie, guerre civili, colpi di Stato, invasioni, rivoluzioni, sangue e vendette ne hanno scandito la storia.

Nel 1810 iniziò la lotta per l’indipendenza dalla Spagna, che si concluse nel 1815 quando la regione centroamericana si staccò dal vicereame della Nuova Spagna, proclamando nel 1821 la nascita del primo Stato messicano repubblicano.


Il 14 aprile del 1823 il Congresso Costituente adottò ufficialmente la bandiera tricolore. Si decise così che il drappo doveva essere diviso verticalmente in tre parti, ognuna di differente colore: la prima, quella vicina all'asta doveva essere verde, quella al centro bianca, infine quella all'esterno rossa. Nella parte centrale era prevista un’aquila messicana, senza corona, posata su di un fico d’India che spunta da una roccia circondata dall'acqua  L’aquila posata sulla zampa sinistra, avrebbe avuto fra gli artigli destri un serpente, in più doveva essere contornata dai simboli repubblicani: i rami di quercia e d’alloro. Nel corso della storia nella bandiera messicana è variata solo la posizione dell’aquila, restando immutata nei colori.


Il Messico repubblicano
Già dal 1845 iniziarono le prime sventure per il neonato Stato latinoamericano: gli Stati Uniti d’America decisero di annettersi il Texas, la regione più settentrionale messicana. La guerra che inevitabilmente seguì, fece perdere al Messico anche altri territori, come la California, il Nevada, l’Arizona.

A seguito della guerra civile scoppiata nel Paese nel 1858, la Francia (in accordo con l’Inghilterra) occupò il Messico offrendo la corona di questi nuovi domini all'arciduca d’Austria Massimiliano d’Asburgo. Questo s’autoproclamò imperatore del regno del Messico. La Francia in seguito si ritirò, lasciando da solo il nuovo sovrano messicano che, a seguito di sommosse interne, fu subito detronizzato e fucilato al Cerro de las Campanas, nel parco di una collina di Querétaro.

Nel 1876 iniziò una nuova fase della storia messicana, nuova nelle persone ma non meno ignobile delle precedenti. Al potere s’insediò il conservatore José de la Cruz Porfirio Díaz, che s’impose con il determinante apporto dell’oligarchia dei proprietari terrieri, gli hacendados, dando vita ad un regime spietatamente dittatoriale.

Porfirio Díaz (Oaxaca, 1830 – Parigi, 1915) si distinse nella guerra messicana contro gli Stati Uniti, combattuta dal 1846 al 1848. In seguito dimostrò di essere un valoroso combattente nella guerra civile del 1858-1860, durante la quale sostenne la causa liberale del partito di Benito Juárez. Infine si qualificò come patriota nella lotta contro il regime dell’imperatore Massimiliano D’Asburgo. Presentatosi nelle elezioni presidenziali del 1867 e del 1871, ne uscì sconfitto. Nel 1876 riuscì a rovesciare il governo del presidente Tejada, dando vita ad un regime personale protrattosi per ben trentacinque anni, quindi sino al 1911.


Il governo di José de la Cruz Porfirio Díaz.
Il problema centrale della società messicana aveva continuato ad essere rappresentato dalla proprietà e dallo sfruttamento della terra. La legislazione varata da Benito Juárez, prima, e da Porfirio Díaz, dopo, aveva portato all'esproprio di larga parte della proprietà ecclesiastica e di tutte le terre comunali degli indigeni, favorendo un imponente processo di concentrazione dei fondi nelle mani di una ristretta oligarchia. Tutto questo quindi era avvenuto a danno della piccola proprietà e degli indigenas, privati dall'oggi al domani di tutte le proprietà comuni dei villaggi, riducendo alla posizione di contadini senza terra (i peones), costretti a lavorare e a vivere nelle grandi fattorie (le haciendas) e nelle grandi miniere, nelle piantagioni di caffè e tabacco nello Yucatán, nelle coltivazioni di zucchero dello Stato di Morelos, nei pozzi petroliferi di Tampico nella regione di Veracruz.

Una legge del 1892, con cui il governo messicano cedeva i suoi diritti sul sottosuolo agli stranieri, garantì l’ingresso in Messico di potenti multinazionali statunitensi e soprattutto britanniche, che occuparono i centri economici strategici del Paese. L’estrazione del petrolio e dei gas naturali, di conseguenza, passò nelle mani delle imprese straniere. A partire da questo momento, l’interferenza statunitense nella vita politica ed economica messicana divenne asfissiante: la morsa economico-politica-militare arrivò a tal punto da pianificare l’ascesa di quello o quell’altro politico alla presidenza del Paese, di riuscire ad esportare in Messico i cereali statunitensi in uno Stato già rigoglioso di produzione agricola, di succhiare a prezzi stracciati grandi quantità di petrolio.

I proprietari terrieri, appoggiati dal capitale straniero rivoluzionarono la produzione, orientandola soprattutto alle esigenze del mercato internazionale. Contemporaneamente iniziarono ad espandersi a danno dei piccoli possidenti e delle proprietà comuni indigene.

La causa diretta più importante del periodo rivoluzionario che stava per scoppiare, fu la monopolizzazione del potere politico e sociale da parte di Porfirio Díaz. Il suo lungo governo si distinse, infatti, per i suoi connotati dispotici e violenti. Diaz fu un dittatore troppo dipendente dagli interessi del capitale straniero, infatti, grazie a massicci investimenti statunitensi e britannici, il Messico poté svilupparsi a livello commerciale ed economico.

L’autoritarismo del regime Díaz si accentuò ancor di più nel 1904, con la scelta come vicepresidente di Ramon Corral, conosciuto per i suoi metodi crudeli e responsabile dell’eccidio degli indios yaqui e della loro deportazione da Sonora allo Yucatán.

Il Messico di Porfirio Díaz, grazie alla completa apertura al capitale straniero, conobbe uno sviluppo economico mai raggiunto prima: il commercio con l’estero fece registrare un incremento del 300%, furono costruite linee telefoniche e ampliate quelle ferroviarie, che da mille chilometri passarono a venticinquemila, come anche furono impiantate grandi industrie tessili.

Per contro si era creata nel Paese una profonda situazione d’ingiustizia sociale, in quanto le classi popolari furono escluse dai benefici della crescita economica. Tali vantaggi andavano ad esclusivo sostegno dell’alta borghesia e dei proprietari terrieri, ai quali fu permesso di appropriarsi delle proprietà appartenenti per tradizione alle comunità degli indigeni. Nel 1910 l.1% della popolazione possedeva il 97% delle terre, mentre il 96% della popolazione ne possedeva l.1%. A tutto questo va aggiunto il disumano sfruttamento del lavoro degli indigeni, che aveva ulteriormente peggiorato la loro condizione sociale ed economica. Così il velato ordine che Díaz cercava d’imporre al Paese, attraverso un esercito spietato, fu spesso frantumato da scioperi generali. Le frequenti manifestazioni popolari di dissenso furono ovviamente represse nel sangue.

Nel 1910 il Messico si estendeva su un territorio di due milioni di chilometri quadrati, con quindici milioni d’abitanti. La popolazione era soprattutto rurale e per metà si concentrava negli altipiani centrali (il cuore del Messico pre-ispanico). La forza lavoro agricola era quella maggioritaria, si concentrava nelle grandi haciendas dei ricchi proprietari e si aggirava intorno a tre milioni e mezzo di lavoratori. I minatori erano poco più di centomila unità, mentre altri cinquecentomila erano occupati nei vari settori dell’industria di trasformazione e nei trasporti.

L’opposizione a Díaz. 
Il diffuso malcontento popolare e la disorganizzazione finanziaria non faceva navigare in acque tranquille il governo di Porfirio Díaz. In questo clima crebbero le rivendicazioni di trasformazioni politico-sociali d’indirizzo agrario e democratico, con severe rimostranze nei confronti dello strapotere dei ricchi hacendados, i latifondisti protetti e favoriti dalla protervia del dittatore Díaz. Nel 1908, per respingere le accuse di autocrazia rivolte al suo governo, Díaz, ormai ottantenne, si dichiarò disposto a tollerare un’opposizione politica nelle elezioni del 1910.

Il principale oppositore del presidente in carica fu Francisco Indalecio Madero, che si presentò all'appuntamento elettorale. Il movimento politico di Madero, di chiara intonazione liberale, reclamava l’allontanamento di Díaz e il ristabilimento delle garanzie costituzionali. Madero fu appoggiato da ambienti d’affari statunitensi, in opposizione agli interessi inglesi che appoggiavano Díaz.

Francisco Indalecio Madero (San Pedro de las Colonias, 1873 – Città del Messico, 1913) 
Figlio di un ricco proprietario terriero, si era educato negli Stati Uniti e a Parigi. Tornò in patria convertito allo spiritismo e, si racconta, durante una seduta spiritica gli comparve l’anima di suo fratello minore, deceduto molto giovane. Questo “spirito” gli ordinò di consacrarsi a salvare il suo Paese. Così Francisco Madero si votò alla liberazione dei messicani dai soprusi del dittatore. Egli s’impegnò in politica sostenendo un programma di riforme politiche e sociali, in opposizione al presidente “a vita” Porfirio Díaz.

La campagna elettorale di Madero fu tutta incentrata su questo programma, soprattutto contro la rielezione di Díaz. Il suo motto politico fu: «Suffragio effettivo, non rielezione». Madero e il suo "Partito Antirielezionista" dovettero però fare i conti con una sempre più dura repressione: il presidente Dìaz avviò una campagna contro di lui costringendolo ad espatriare negli Stati Uniti. Dìaz venne rieletto. In Texas Madero, assieme agli uomini del suo partito, stilò il cosiddetto “Plan de San Luis”. Il documento, che prendeva il nome dalla città di San Luis de Potosì, dichiarava le elezioni del 1910 nulle e invitava la popolazione messicana a prendere le armi contro il governo del despota Díaz.


I protagonisti della rivoluzione.
Alla fine di novembre del 1910 scoppiarono numerose insurrezioni in tutto il Paese, ciascuna indipendente dall'altra e con un proprio piano. Tra tutti rivoluzionari si distinsero Emiliano Zapata e Francisco Pancho Villa.




Francisco Pancho Villa (Durango, 1877 – Parral, 1923) 
In realtà si chiamava Doroteo Arango Arambula, ma preferiva utilizzare il nomignolo che gli amici gli avevano affibbiato, Pancho. Al suo cognome originario, Arango, preferì quello del nonno materno, Villa. Si racconta che un giorno scoprì il padrone della fattoria per la quale lavorava mentre tentava di violentare sua sorella. Così Pancho sparò e fuggì.


Pancho Villa è ricordato come uno dei più grandi capi rivoluzionari messicani. A differenza di altri protagonisti della rivoluzione messicana, il suo passato è pieno di episodi di contrasto con le autorità locali per piccoli furti, ma anche di una lunga lista di mogli e figli (Villa “collezionò” venticinque mogli e venticinque figli). Questo ha pesato non poco sul giudizio storico del rivoluzionario.

 Attorno a Villa sono sorti vari tipi di leggenda, da quella che lo presenta come un donnaiolo e un bandito violento convertito alla rivoluzione, a quella che lo vede come vittima del dispotismo dei padroni, fino al quadretto che lo dipinge come un moderno Robin Hood. Pancho Villa prese parte alla rivoluzione messicana organizzando un esercito di contadini, che iniziò la rivolta attraverso la guerriglia nello Stato di Chihuaha.


Emiliano Zapata (San Miguel Anenecuilco in Morelos, 1877 – Chinameca, 1919) 
È ricordato come uno dei più valorosi rivoluzionari della storia messicana. Grazie alla sua ferma richiesta di restituzione della terra agli indigeni, Zapata fu avvantaggiato dall'appoggio incondizionato da parte di queste popolazioni. Egli riuscì a reclutare un esercito di indigeni dai villaggi e dalle haciendas dello Stato di Morelos, unendosi alla rivoluzione guidata da Francisco Madero contro il regime di Porfirio Díaz. Due sono stati i suoi motti di battaglia: «Tierra y Libertad» e «La terra è di chi la lavora». Egli sosteneva caparbiamente che era «meglio morire in piedi che passare la vita in ginocchio».




La revolución inizia. 

Il moto di rivolta contro il dittatore Diaz fu collettivo. Vi parteciparono tutti, dal ceto rurale ai settori privilegiati, anche quest’ultimi danneggiati dalle losche alleanze con le lobby straniere. Attorno a Madero, rientrato in Messico, si strinsero forze proletarie e contadine guidate anche da Venustiano Carranza (nello Stato di Coahuila), Emiliano Zapata (nello Stato di Morelos), Pascual Orozco e Francisco “Pancho” Villa (nello Stato di Chihuahua), Alvaro Obregón (nella regione di Sonora).


La rivoluzione appena scoppiata non fu una lotta ben definita, ma un periodo in cui il sostegno popolare si spostava continuamente da uno all'altro dei vari leader che man mano si affacciavano sulla scena messicana. 

Il periodo rivoluzionario che si apre nel 1910 si suddivide in tre fasi. La prima è segnata dall'avvento al potere di Francisco Madero (1911-1913); la seconda è contraddistinta dalla guerra civile che scoppia in seguito al tentativo di abbattere il governo controrivoluzionario di Victoriano Huerta e sino al governo di Venusiano Carranza (1914-1920); la terza è caratterizzata da una guerra popolare cattolica contro i poteri liberali anticlericali (1920-1929).


La storiografia classica non inserisce quest’ultimo periodo armato, preferendo fermarsi alla guerra civile rivoluzionaria vera e propria (1910-1920)... Occorre inserire nel periodo rivoluzionario messicano anche la cosiddetta “Cristera”, poiché comunque l’evento evidenziò uno dei motivi di coesione del popolo messicano, la religione cattolica e il culto della Vergine di Guadalupe. In ogni caso fu un evento di guerra civile rivoluzionaria che, partendo dalla minaccia (poi realizzata) di calpestare il sentimento religioso popolare, fece insorgere una vastissima parte della popolazione messicana. In più il numero delle vittime fu molto alto. Quindi, forse, è più appropriata la definizione di “Grande Ribellione” per identificare questo periodo della storia del Messico.

Il 20 novembre era la data prevista per l’inizio della revolución  In questa data si verifica il primo intoppo alla corrente rivoluzionaria: lo zio di Madero, Catarino, aveva promesso al nipote di aspettare il suo rientro dagli Stati Uniti con quattrocento uomini, purtroppo si presentò all'appuntamento con solo dieci uomini. Ma la rivoluzione era già iniziata, molte insurrezioni nei vari Stati messicani erano cominciate. Madero si accontentò e iniziò la sua avventura rivoluzionaria.

Una rivoluzione violenta. 
Pancho Villa aveva incendiato gli animi nello Stato di Chihuaha, mentre Emiliano Zapata aveva dato il via nello Stato di Morelos, ponendo all’ordine del giorno la necessità di una riforma agraria che restituisse la terra ai villaggi indigeni. Quest’ultimo stabilì il suo quartier generale in un ex mulino di riso. La rivoluzione proseguì con migliaia di morti da ambo le parti.


Nel maggio del 1911 l’esercito rivoluzionario guidato da Madero conquistò la città di Ciudad Juárez, insediando un primo governo provvisorio sotto la sua guida. Nella battaglia per la presa di Ciudad, l’esercito rivoluzionario riuscì ad arrestare il generale Juan Navarro. Madero , fedele alla sua spiritualità mistica, lo voleva risparmiare; Villa, che si era troppo immedesimato nella figura del rivoluzionario giustiziere, lo voleva fucilare. Alla fine ebbe la meglio Madero, che fece imprigionare il generale. Le forze rivoluzionarie, dopo aspri combattimenti, costrinsero alle dimissioni Porfirio Diaz, che il 25 maggio 1911 lasciò la presidenza abbandonando poco dopo il Paese. 
Il 7 giugno dello stesso anno i rivoluzionari, in un clima di gioia popolare, entrarono vittoriosi nella capitale. La rivoluzione si fece governo.

Il 1° ottobre Francisco Madero diventò il nuovo capo dello Stato Federale del Messico. Il presidente Madero, per i meriti ottenuti durante la guerra, nominò Zapata come capo della polizia rurale dello Stato di Morelos. Zapata, a sua volta, riuscì a strappare al nuovo presidente il formale impegno ad affrontare la questione agraria.


L’eterogenea composizione dei rivoluzionari ben presto diede luogo a divisioni interne, causata dalla indecisione sulla politica da seguire e sulle riforme da adottare. Le continue interferenze statunitensi, irritati per la concorrenza inglese sull'estrazione del petrolio, complicarono ancor più la situazione. Inoltre, la borghesia messicana si opponeva fermamente alla presenza economica straniera, per questo spingeva per una “certa” monopolizzazione interna tutta messicana. In più Madero non riuscì a contenere la corruzione dilagante dei funzionari di governo e della burocrazia, soprattutto tradì le aspirazioni popolari che avevano scatenato la rivoluzione, non attuando le riforme sociali e politiche promesse. Per conservare il potere, il nuovo presidente si alleò con gli esponenti del vecchio regime porfirista, istituendo una tassa sulle compagnie straniere.

Madero era proprietario di miniere di rame e di fonderie, per cui aveva tutto l’interesse ad appoggiare le rivendicazioni dei grandi proprietari, considerando ingombrante la presenza straniera.
Sul fronte militare Zapata e Pancho Villa ripresero la lotta armata. Il 25 novembre 1911 i due rivoluzionari elaborarono un manifesto comune di un grande progetto di riforma agraria. Il “Plan de Ayala”, così si chiamava il progetto, servì per legittimare la continuazione della rivoluzione.

Il colpo di Stato e la successiva rivolta. 
Il presidente Madero si ritrovò così a dover fronteggiare due rivolte scoppiate nel 1912. La prima, popolare, capeggiata da Zapata, al sud e da Pascual Orozco al nord; la seconda, militare, diretta dal nipote dell’ex dittatore, il generale Felix Díaz, nel nord del Paese. Il 9 febbraio del 1913, a queste due si aggiunse l’ammutinamento del presidio militare di Città del Messico.

Madero diede il compito ai generali Victoriano Huerta, Felipe Angels e Juvencio Robles di soffocare a tutti i costi la rivoluzione. L’intervento militare fu durissimo, con massacri, incendi e deportazioni in campi specifici anche della popolazione civile in odore di ribellione.

Di fronte alla minaccia di una degenerazione della rivolta contadina, nel febbraio del 1913, i latifondisti ricorsero al cuertelazo, un colpo di Stato controrivoluzionario, guidato dal capo dell’esercito, il generale Victoriano Huerta. Il generale fu un prosecutore della politica di Díaz, portavoce degli interessi più conservatori e della finanza statunitense e inglese. Huerta trovò subito un alleato nell'ambasciatore statunitense in Messico Henry Lane Wilson, ma anche simpatie politiche da parte di Gran Bretagna e Francia.


Madero fu arrestato dall'esercito controrivoluzionario il 19 febbraio e, assieme al suo vicepresidente, fucilato a tradimento dopo tre giorni. Huerta prese il posto di Madero alla presidenza dello Stato. Il nuovo dittatore fu ancora più crudele dei precedenti, tanto da provocare una reazione anche da parte della bassa borghesia.


Nel frattempo, ai rivoltosi guidati da Zapata e Orozco, si unirono altre forze rivoluzionarie: il battaglione rivoluzionario di Alvaro Obregón e i Dorados, i soldati della leggendaria “Divisione del Nord” di Francisco Pancho Villa. Alla testa del movimento insurrezionale si pose il “costituzionalista” Venustiano Carranza. In questo tragico quadro si inserirono anche le truppe statunitensi che, nell'aprile del 1914, adducendo a pretesto un incidente che aveva coinvolto la flotta americana ancorata al largo del Messico, occuparono nell'aprile del 1914 Vera Cruz, poi anche Chihuahua nel marzo del 1916. E’ chiaro che gli americani dovevano in qualche modo proteggere gli interessi e le proprietà Usa nella regione.

La bravura di Villa nelle operazioni militari fu coronata da spettacolari successi che andarono a gonfiare numericamente il suo esercito, organizzato ora nella famosa Division del Norte, perno di tutta la campagna controrivoluzionaria. Man mano che l’Esercito del Nord avanzava verso la capitale, Villa confiscava i latifondi, promettendo ad ogni soldato della sua Divisionsessantadue acri i terra.

Sconfitto militarmente e politicamente, il 20 luglio 1914 Huerta abbandonò il potere. Nel 1915 Huerta fu arrestato per l’assassinio di Madero e rinchiuso in carcere ad El Paso, nel Texas, dove a metà gennaio dell’anno dopo morì. Venustiano Carranza forte del carattere istituzionale della sua opposizione a Huerta si ritenne il capo legittimo del governo provvisorio. La revolución, ancora una volta, si fece governo.


La presidenza di Venustiano Carranza. 
La vittoria riportò in primo piano le divisione interne al movimento rivoluzionario: Carranza non fu disposto a far proprie la riforma agraria proposta da Zapata. Una “Convenzione rivoluzionaria” riunita ad Aguascalientes nell’ottobre del 1914, cercò una qualche via d’intesa con il nuovo potere. Ma i rivoluzionari rivendicavano, a parte la riforma agraria prevista nel Plan de Ayala, anche il diritto allo sciopero e il riconoscimento dei sindacati. Villa e Zapata, che avevano proseguito la lotta armata, riuscirono a strappare al nuovo presidente la promessa di una riforma agraria e la nazionalizzazione delle imprese petrolifere straniere (cioè statunitensi).


Divenuto presidente, Carranza promulgò l’ennesima Costituzione, fortemente centralistica e autoritaria, attirando ancora una volta il malcontento popolare. Il presidente Carranza fu subito riconosciuto come legittimo capo dagli Stati Uniti d’America. Con questo riconoscimento ufficiale, i nordamericani si attirarono le ire del rivoluzionario Pancho Villa, che riuscì a varcare il confine con gli Stati Uniti e ad attaccare la città di Columbus, nel Nuovo Messico.

Il nuovo presidente inviò il generale Pablo Gonzales a combattere le milizie zapatiste nello Stato di Morelos. L’esercito di Gonzales fece rivivere i momenti crudeli che avevano preceduto la detronizzazione di Huerta: incendi, saccheggi, massacri indiscriminati, deportazioni. Carranza riuscì a liberarsi di Zapata grazie ad un’imboscata tesagli dal colonnello Jesùs Guajardo, che lo assassinò il 10 aprile del 1919 nell’hacienda Chinameca.


Con la Costituzione promulgata nel 1917 Carranza istituzionalizzò la rivoluzione
La Carta Costituzionale, sebbene sanciva un sistema presidenziale forte con uno Stato a partito unico, era molto anticlericale e progressista. La Costituzione prevedeva il controllo messicano sulle sue risorse interne, soprattutto includeva l’obiettivo politico dell’integrazione indigena attraverso una modesta riforma agraria. Tutto questo procurò a Carranza dei pericolosi nemici: i latifondisti messicani e gli investitori stranieri.

Subito il nuovo presidente diventò per la ricca borghesia una persona indesiderata. A Città del Messico ripresero gli scioperi contro il nuovo governo. I ricchi latifondisti individuarono allora nel generale Alvaro Obregón, in precedenza sul fronte opposto, il nuovo presidente messicano da designare. Il generale, sicuro di aver le spalle coperte, arrestò Carranza e lo giustiziò. Anche Pancho Villa, nel frattempo sfuggito alla spedizione punitiva statunitense guidata dal generale John Joseph Pershing, venne a patti con il presidente Obregón, ritirandosi a vita privata nella hacienda “La Purisima Concepcion” di El Canutillo ad El Parral, nello Stato di Chihuahua. Il 20 luglio 1923, nel paesetto di Hidalgo Parrai nel Chihuahua, Villa venne a morte. Quella mattina Pancho, dopo aver assistito al battesimo del figlio di un suo caro amico, salì sulla sua Dodge Brothers modello 1913 per far rientro a casa. Alle 8.30 fu raggiunto dai sicari che lo freddarono sulla sua auto.

La leggenda di Francisco Pancho Villa è presente in molte ballate popolari latinoamericane. Molti non sanno che ancora tutt'oggi si balla una canzone divenuta famosa proprio da Pancho Villa: la famosa Cucaracha. Questa era una ballata che le truppe di Pancho Villa dedicarono a Venustiano Carranza, considerato appunto una Cucaracha, ossia uno “scarafaggio”.




¡¡¡Viva México, viva la revolución, viva Pancho Villa!!!



Conclusioni 
La rivoluzione costò al Messico oltre un milione di morti, con esigui risultati politici ed economici concreti. 

Questo periodo rivoluzionario messicano è considerato, non a torto, la prima fase rivoluzionaria sociale del Novecento, con il suo carattere popolare, agrario e nazionalista. 

Questa rivoluzione ha segnato il passaggio dallo Stato oligarchico, fondato sui privilegi del ceto latifondista, ad un ordinamento statale aperto al ruolo delle altre classi sociali, instaurando dei limiti all'azione dei capitali stranieri e delle grandi potenze. 


Biobliografia
Villa e Zapata. Una biografia della Rivoluzione messicana, di F. McLynn - Il Saggiatore, Milano, 2003.
Pancho Villa e la Rivoluzione messicana, di M. Plana - Giunti Editore, Firenze, 1993.
L’economia latinoamericana. Dalla conquista iberica alla rivoluzione cubana, di C. Furtado - Laterza, Roma-Bari, 1995.
Il Messico insorge, di J. Reed - Einaudi, Torino, 1979.
Il Messico. Villa, Zapata e la rivoluzione, di B. Oudin, Electa Gallimard, Torino, 1997.
Messico rivoluzionario. Da Zapata al Chiapas, di A. Aruffo, Massari, 1995
Villa e Zapata. La rivoluzione messicana, di M. D

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